L’Anti-Illuminismo e la Ricerca in Biologia

Ci siamo mai chiesti a che cosa serve la ricerca scientifica? Ci siamo mai chiesti perché c’è gente che fa (o si prepara a fare) il lavoro del ricercatore?

Io me lo son chiesto spesso. Si tratta di un lavoro non particolarmente redditizio e abbastanza precario. E come se non bastasse, subisce attacchi praticamente da ogni parte della società. Da un lato la Chiesa ti dice di non sperimentare su embrioni e staminali perché sono vita umana, e di sperimentare invece sugli animali, dall’altro animalisti organizzati ti dicono di non ricercare sugli animali perché sono nostri fratelli, e di usare invece staminali e embrioni umani. A questi veti incrociati si sopravvive scegliendo vie più facili: forse meglio fare il rappresentante per una ditta che vende prodotti farmaceutici…

Lasciamo da parte la Chiesa o, come direbbe un libro di matematica, lasciamo come compito a casa per il lettore il verificare come il metodo di ragionamento della Chiesa sia esattamente lo stesso degli animalisti. Per ora il nostro spunto di riflessione è la critica alla sperimentazione animale.

Ho notato infatti che di solito essa non si struttura come una critica all’uso di animali in ricerca in generale, ma piuttosto come una critica ad uno specifico utilizzo, e cioè al modello animale di malattia umana. In questo senso, i critici possono anche mettere a segno qualche risicato punto. A volte, l’utilizzo del modello animale è effettivamente un “cercare sotto al lampione”. Un uomo ha perso le chiavi di casa, e le cerca alla luce del lampione. Magari non le ha perse lì, ma è comunque l’unico posto in cui può cercarle. Diciamo la verità, per chi vuole risultati immediati, semplici e applicabili, la via più rapida è la sperimentazione su bambini africani: ce n’è grande disponibilità e costano meno di un topo transgenico.

Quello che gli animalisti non posso sperare di ottenere e di fare anche il più piccolo graffio all’utilità scientifica dell’esperimento su animale, che è assolutamente indubitabile. Gli esperimenti su animali sono insostituibili nel far progredire la nostra conoscenza dei fatti biologici negli organismi complessi, della natura, del mondo.
E infatti gli animalisti, man mano che diventano più coscienti di questa realtà, finiscono con l’assumere un atteggiamento antiscientifico tout court. Sul banco degli imputati non è più la validità scientifica della ricerca sull’animale, ma l’utilità stessa della scienza; e a esser messo in discussione dagli animalisti diventa il ruolo sociale stesso del ricercatore: lavorare per accrescere la conoscenza umana è inutile, il ricercatore fa qualcosa che non serve. Ed è così che arrivo a leggere il primo articolo che ricordi di aver mai visto (Greek and Greek, 2010) secondo il quale in ricerca di base si spende troppo, e non troppo poco. Vogliamo i risultati e li vogliamo subito, vogliamo tecnica, non scienza. Anzi, addirittura, vogliamo tecnica senza scienza; il che è una pretesa abbastanza bizzarra di suo, visto che la tecnica è un’applicazione della scienza. Senza contare che proprio questo atteggiamento porta facilmente a prodotti di scarsa validità scientifica… se i fondi per la ricerca vengono dirottati esclusivamente su una ricerca che sia diretta a risultati tecnici, è chiaro che ciò pone limiti alla libertà di sperimentare. Se io faccio ricerca su Caenorhabditis elegans, ma i fondi me li danno solo per la Sclerosi Multipla, cosa mi tocca fare? O resto disoccupato, o mi invento un modo per utilizzare C. elegans come modello di Sclerosi Multipla. A quel punto sarà legittimo chiedersi fino a che punto un modello del genere serva a qualcosa (anche se non lo posso escludere). Alla fin fine, a trionfare è solo l’antiscienza.

Il fenomeno che abbiamo di fronte è interessante: pare una sorta di Anti-Illuminismo, una seconda primitività, con tanto di ritorno a stregonerie, spiriti della natura e similari, in agguato, nascoste nella memoria biologica dell’uomo e soppiantate solo temporaneamente dai prodigi della scienza. Il popolo ha memoria breve, e si sta già dimenticando che deve praticamente tutto ciò che ha ad un uso sano e libero della ragione, quindi si concede il lusso di disprezzare essa ed i suoi operatori. Mi permetto di guardare a questa retrocessione con spavento, anche perché la rabbia e il dileggio verso la ragione umana è un denominatore comune dei movimenti populistici e della Destra Radicale, che di questi tempi stanno conoscendo una nuova primavera proprio qui, da noi, nella civile, vecchia Europa.

Analizzare i collegamenti profondi e sottili fra questi nuovi inquietanti fenomeni e la diffusione di atteggiamenti antiscientifici e antirazionali esula dalle mie possibilità e intenzioni, per quanto tale connessione io la veda e me ne preoccupi. Per ora abbiamo scelto di parlare di ricerca scientifica e di tecnica, e attenendoci a questo tema, è doveroso ricordare come in realtà manchi una progettualità specifica anche per proseguire una ricerca in campo biologico che sia esclusivamente tecnica/medica. Gli amici animalisti sono tutt’ora del tutto incapaci di spiegarci come possiamo muovere anche solo un passo per produrre, ad esempio, un nuovo analgesico, se non abbiamo la possibilità di approfondire i meccanismi di funzionamento della trasmissione del dolore o della sua inibizione. Vogliono risultati pratici senza quelli teorici. Come facciamo a darglieli?

Personalmente, io non mi ci sforzo neanche più di tanto. Il mio non è un profilo psicologico da tecnico, non ho mai voluto fare il medico. I miei interessi spaziano nell’astratto e nell’invisibile ma ciò non di meno vivente e pulsante; non per nulla mi interesso del fenomeno in assoluto più mistico ed inafferrabile di cui la scienza possa occuparsi, ovvero come la cognizione complessa possa emergere dal funzionamento delle singole cellule. Sono quel tipo di scienziato che probabilmente non vivrà abbastanza da vedere la vita delle persone mutata dalle sue scoperte, quel tipo di scienziato che gente come Singer considera praticamente una specie di parassita sociale inutile all’umanità (posso assicurare che ricambio perfettamente la disistima).
Ora, lavorare coi topi non è la mia passione principale e non so se mi porterà da qualche parte. Ma vi dico in piena onestà quello che penso: aprire la testa a un sorcio di fogna o a un macaco sotto anestesia per una ricerca di questo tipo secondo me ne vale la pena. Ogni centesimo speso per far progredire il sapere dell’umanità è un centesimo santo, perché è il pensiero a renderci umani.

Dunque se voi pensate che cercare di capire come funziona il mondo anche senza un obbiettivo tecnico, immediato e a portata di mano sia in vista, sia inutile, per quanto mi riguarda sentitevi liberi di criticarmi, come io mi sento libero di considerarvi dei babbuini travestiti da uomini e di trattarvi come tali. Ma non permettetevi di riempirvi la bocca di parole come “scienza” e “ricerca”. Quelle lasciatele a noi genere Homo, grazie.


Ossequi, OI