Siamo “specisti”?

Una piccolo articolo sugli aspetti etici della nostra posizione, per far contenti i filosofi che ogni tanto ci fanno visita per mostrarci che lo stato non ha sprecato soldi nel farli laureare.

Partiamo da un semplice presupposto: tutti i viventi sulla terra, ad ogni livello di consapevolezza, sono in lotta per sopravvivere. Anche gli autotrofi sono in lotta per risorse come lo spazio e l’energia. L’istinto fondamentale che è in essi contenuto, che è l’originario che li muove non è un istinto che abbia un limite, ma una Volontà senza confine. Il desiderio di dominare di un essere vivente (desiderio in senso anche solo figurato) non può e non deve avere limiti, a priori. Il coniglio in Australia non ha predatori, ergo si riproduce senza alcun limite, col rischio di distruggere l’intero ecosistema e quindi infine anche se stesso.

L’istinto presente nell’uomo non è affatto diverso. Non è in una posizione speciale sulla terra, è semplicemente un animale come gli altri, che si riproduce fin dove le sue potenzialità arrivano. La differenza è nel livello di consapevolezza, ma i suoi scopi sono definiti a priori della sua consapevolezza del mondo. Come diceva Schopenhauer, l’uomo può fare quello che vuole, ma non può volere quello che non vuole, ovvero in questo caso non può alterare le proprie spinte istintive originarie.

Tali spinte, ovviamente, sono “specistiche”: l’uomo, per istinto, dà più valore ai propri conspecifici che a tutti gli altri, e ciò è biologico e istintivo, naturale, diremmo, al di là delle perversioni moderne.Tuttavia, una distinzione fra l’uomo e l’animale ovviamente c’è, l’unica significativa: l’uomo è capace di pensiero astratto. Questa novità evolutiva ha potenzialità incredibili; il fatto che noi si discuta deriva dalla nostra capacità di astrarre dal particolare, creare un concetto, dunque produrre una parola che evochi un concetto analogo nel pensiero astratto di un altro individuo come noi. Lo specismo del gatto è solo istintivo, lo specismo umano oltre a essere istintivo è anche intellettuale.

Se intendiamo lo specismo come atteggiamento istintivo; nessun animale tratta le altre specie come la propria. Le tratta peggio, talvolta le tratta MEGLIO (perché vede nei consimili una minaccia più diretta al proprio dominio), mai allo stesso modo. Tuttavia l’animale non è capace di formare un sistema di pensiero “specista” o “antispecista”. Semplicemente, tali categorie non hanno senso applicate agli animali, che sono privi di semantica. Il leone non è “leonocentrico”, non ha una teoria del mondo e della mente, né tanto meno si pone il problema di necessità o non necessità di quello che fa: lui mangia la sua preda. Il coniglio tromba come un coniglio, e le conseguenze disastrose sull’ambiente e perfino sulla sua stessa specie non sono affar suo perché non ha una teoria dell’ambiente. Da qui la ridicolaggine particolarmente pacchiana di attribuire subdolamente all’animale cose come sentimenti di rispetto, di onore ed altre stronzate.

Se parliamo dunque di pensiero, antispecista o specista che sia, dobbiamo dire che esso è categoria solo umana. L’uomo e solo l’uomo può essere specista, ma è anche vero che l’uomo e solo l’uomo può essere antispecista. Il problema logico insanabile dell’antispecismo sorge qui: l’uomo, aderendo alle posizioni dell’antispecismo, va ad affermare un giudizio di valore che pone sullo stesso piano tutte le specie. Ma così facendo, sta utilizzando la propria prerogativa più peculiare, ovvero la capacità di attribuire valori morali! L’uomo, mentre dichiara se stesso pari a tutti gli altri animali, si sta comportando di fatto nell’unico modo in cui può comportarsi, ovvero come SUPERIORE a qualsiasi altro animale, come colui che dà la forma al mondo. E dopotutto, la scienza che cos’è, se non il modo in cui l’uomo, tramite il giudizio, dà forma al mondo? Non è il mondo che forma la scienza, ma la scienza che forma il mondo. Qualsiasi tentativo di decostruire la scienza su basi antropologiche, storiche e fuffologiche crolla nel paradosso, perché antropologia, storia e fuffologia sono esse stesse discipline scientifiche, che danno forma al mondo.

In realtà potremmo benissimo dire che la visione antispecista è la più antropocentrica che esista, in quanto non fa che rimarcare le differenze fra uomo e animale, ma può solo concluderne che l’uomo è peggiore. Mark Twain, animalista, sosteneva questa teoria apertamente, affermando che l’uomo, essendo dotato del “senso morale”, è l’essere peggiore del creato. Naturale, da una visione coerentemente antispecista non può che derivare che il senso morale è una gran bella fregatura e basta, visto che ci dà solo doveri speciali, ma nessun diritto speciale…
E non solo l’uomo è l’essere peggiore, ma è l’unico a poter esprimere il giudizio di essere “peggiore”! Giudice, accusatore, difensore, giuria… E perfino imputato! Una specie di divinità!

Questa visione è incredibilmente riecheggiante di cattolicesimo … l’antispecismo sogna un nuovo Eden, e l’uomo non può essere solo un animale nel nuovo Eden, deve esserne il custode delegato da Dio. Un ruolo di cui ovviamente non è minimamente all’altezza. L’uomo è una creatura di merda, lascerebbe tranquillamente morire un proprio consimile per salvare un criceto, a patto di riuscire ad autoconvincersi, tramite l’ascolto di qualche ciarlatano, che sta facendo la cosa più bella del mondo. Sarebbe già tanto di guadagnato se l’uomo riuscisse a badare a se stesso e ad assumersi la responsabilità di rendere il pianeta vivibile PER SE STESSO. Invece no, deve preoccuparsi anche dei sorci di fogna… Chi gli abbia conferito questo sacro incarico non si sa. Un tempo si poteva far ricorso a Dio per questo genere di cose, oggi gli animalisti non hanno la più pallida idea di dove guardare, così annaspano in un mare di confuse nozioni filosofiche aggrappandosi a questa o quella trave galleggiante, che prontamente affonda e rimerge solo quando se ne sono staccati.

E’ venuto infine il momento di rispondere alla domanda nel titolo: su questa pagina siamo specisti? Sì. Facciamo una nettissima distinzione fra umano ed animale basata sulla capacità del primo ti attribuire giudizi di valore. Coerentemente a questa capacità, riconosciamo la nostra natura moralmente superiore rispetto al mondo dei “bruti”. In questo senso senso ci differenziamo dai nostri oppositori poiché essi, incoerentemente, vorrebbero usare la propria stessa facoltà morale per negare la propria peculiarità morale, spingendosi addirittura al voler astrarre l’uomo dal contesto naturale, e dunque animale, in cui vive e di cui fa parte.

Quindi sì, siamo coerentemente specisti. Mentre altri sono incoerentemente specisti. E questa è l’unica differenza.


Ossequi,

[OI]

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