Il dialogo con gli animalisti

Dialogare seriamente con gli animalisti è un problema dei più difficili della nostra, diciamo così, “missione”. È effettivamente paragonabile per enormità a quello del dialogo interreligioso: gli animalisti hanno ferme convinzioni morali, le quali non hanno effettivamente un supporto razionale, ma si fondano in ultima analisi (come un po’ tutte le cause morali) su una risposta emotiva di fondo, un interesse personale moralmente rilevante, su una “fede”, sostanzialmente. I cattolici credono che Gesù fosse Dio incarnato, e gli islamici credono fosse solo un profeta, e alcuni ebrei estremisti addirittura lo considerano un eretico traditore. Qualsiasi soluzione necessita di cedimenti da una o più parti. E non solo, nessun cedimento appare possibile, perché la Chiesa non può certo cedere di un passo sul fatto che il Cristo sia il figlio di Dio, né l’Islam può cedere di un passo sul fatto che non lo fosse.
In fin dei conti, credere in questa o quella divinità non è una questione scientifica e trattabile razionalmente, ma un sentimento soggettivo, dunque non si può oggettivizzare, trovare ciò che è giusto e scartare ciò che è sbagliato. Tutto ciò che si può fare è cercare di capirsi a vicenda e poi, pur mantenendo inalterato il proprio sentore, porre a se stessi dei limiti, lasciare che il mondo interiore dell’altro, insieme a quella piccola parte del mondo esteriore che appartiene solo a lui, egli lo possa gestire come più gli aggrada. Malgrado noi possiamo pensare che ciò che sta facendo sia sbagliato, o autodistruttivo, o sciocco. Questa gestione dei limiti che ci poniamo e che poniamo agli altri è la materia su cui davvero giocano l’etica e la politica, due discipline razionali che contengono e limitano le legittime emotività soggettive.

Analogamente a persone religiose, gli animalisti sono spinti da un sentimento; essi sentono molto per gli animali. Come tutti i sentimenti, anch’esso non risponde ad alcuna razionalità. Possono amare alla follia cani e gatti e sgranocchiare beatamente maiali e octopus. Possono non battere ciglio di fronte allo sterminio di migliaia di ratti per scopi sanitari, e rabbrividire all’idea che uno solo di essi muoia in un laboratorio.
Nessuno può obbligare qualcuno a sentire in modo diverso da quello che sente; c’è gente che si innamora di chi non lo merità, e gente che meriterebbe tutto l’amore del mondo e invece non lo ha; non si tratta di cose che rispondono ad un senso di giustizia. Ma se si desidera dialogare con gli altri, e dialogare è fondamentale per vivere in società, bisogna essere disposti a riprendere il controllo, a mettere da parte i sentimenti (non ad annullarli, ma almeno a raffreddarli per qualche minuto) e cercare non necessariamente di condividere, ma quanto meno di accettare così com’è un sentire diverso dal nostro.

Io posso capire e accettare razionalmente l’idea che gli animalisti amino davvero molto i cucciolotti, e che davvero provino un senso irrazionale di fastidio all’idea che vengano sacrificati a scopi sperimentali. Ma devo anche chiedere loro di razionalizzare un attimo, di rendersi conto che una sensazione soggettiva non può solo per questo trasformarsi in prescrizione universale di comportamento e poi in legge dello stato.
Per quanto possiamo sforzarci di capire le posizioni degli animalisti, o meglio, le loro emozioni, non possiamo condividerle, e loro non possono pretendere che lo facciamo più di quanto non possano pretendere che la bella ragazza o il bel ragazzo di cui sono innamorati ricambi.
E intendiamoci, perché voglio cercare di far quanto meno capire, a chi ha voglia, il mio punto di vista: io ad esempio sono uno di quelli che hanno sempre amato gli animali, fin da piccolo tutti pensavano che sarei diventato un futuro animalista, perché piangevo se mio padre schiacciava un ragno, per dare un’idea dei livelli anche eccessivi cui arrivava la mia passione. Ma per quanto la compassione per il regno animale non mi sia mai mancata, a volte è necessario riprendere il controllo di sé e ragionare sui propri comportamenti e sui propri schemi di valori.
Se qualcuno di voi ha un gatto, e non lo tiene recluso in casa come una suora, sa che il felino più amato dagli uomini in un anno può arrivare ad uccidere fra mille tormenti più di quattromila animali, e di tipo del tutto simile a quelli che usiamo prevalentemente in laboratorio.
In una singola operazione di derattizzazione, di quelle effettuate di routine nei vostri quartieri per impedire che voi tutti vi prendiate le peggiori malattie, muoiono migliaia o decine di migliaia di topi, ratti ed altri animali, e giustamente nessuno se ne accorgerà nemmeno, perché alla fin fine son tutti uguali, perché si riproducono a ritmi spaventosi e perché trasmettono ogni sorta di infezioni. Nemmeno i ratti stessi faranno cerimonie funebri, piangeranno o vestiranno a nero per i compagni perduti.
E questi sono solo un paio di esempi di che cosa normale, quotidiana e perfino banale siano la morte violenta e la sofferenza quando parliamo del regno animale, che non è in grado di elevarsi ad un ordine morale.

E io, per quanto onestamente possa tentare di comprendere il punto di vista di certi animalisti, non ce la faccio a convincermi che il sacrificio di qualche ratto allo scopo di migliorare la nostra conoscenza dei processi biologici sia una cosa importante e tragica, al punto di smuovere sfilate per le strade, di attirare indicibili manifestazioni di odio sui ricercatori, di spingere opinionisti e politici a sentirsi in dovere di pronunciarsi contro “l’abominevole pratica” di cui non sanno assolutamente niente. Mi è impossibile, e non solo, sono contento che lo sia! Perché come tutti gli esseri umani, ho una quantità limitata di lacrime, e se dovessi versarne una per ogni topo che muore non ne avrei più da usare per quando muoiono gli umani. E già ne ho poche anche per loro, visto che non ne ho abbastanza per piangere neanche tutte le umane miserie del pianeta, ma posso piangere solo quelle di pochi “fortunati” che mi sono sufficientemente vicini. A costo di diventare banale devo dire che ci sono cose che per me vengono PRIMA dei problemi di stress di un animale da laboratorio.

E questo non è un problema scientifico, è chiaro. Quello che sto cercando di spiegare è molto semplice, è quello che cerchiamo di dire da moltissimo tempo. Non si può bypassare del tutto il discorso etico/oggettivo, e dunque indirettamente anche quello emotivo/soggettivo, quando si parla di sperimentazione animale, come tantano di fare, tramite astuti sofismi, i cosiddetti “antivivisezionisti scientifici”. Quindi, per quanto possano gettarsi anima e corpo nel tentativo disperato e fazioso di alleggerire il piatto della sperimentazione animale, la bilancia penderà sempre dalla sua parte se non hanno nulla di significativo da mettere sull’altro. E deve arrivare il momento che gli animalisti si rendano conto che se per loro un ratto albino ha un peso spropositato, per la maggior parte della gente, anche quella che a parole dichiara diversamente, questo peso è così basso che non serve un vaccino salvavita per squilibrare la bilancia contro di esso; è sufficiente un cosciotto di pollo. E al modo stesso in cui il diritto di amare gli animali, e considerarli emotivamente quasi dei figli, merita piena ed adeguata tutela (e lo stesso si può dire dell’amore per le piante, o per le automobili, o per la matematica…), deve essere garantito il diritto di non amare gli animali, o di amarli in modo più cauto e razionale, con un senso più pratico per le priorità.
E guardate che non c’è alcun “dio animale” (espressione che ho letto davvero, e poi si arrabbiano se gli diamo dei fondamentalisti religiosi…) che si faccia garante della superiore moralità animalista. I garanti della moralità siamo noi umani, siamo noi e voi. O si cerca di discutere civilmente cercando soluzione che possano accontentare tutti, oppure ci si piglia a sberle.
Dalla nostra parte, i presupposti del dialogo sono solo due, ma sono fondamentali:

  • Rispetto per il valore che noi abbiamo deciso di attribuire alla vita animale nelle nostre esistenze.
  • Rispetto per il servizio che offriamo alla comunità e riconoscimento del suo valore.

Se uno di questi due requisiti indispensabili (e che noi possiamo e vogliamo reciprocare) viene meno, non può esserci dialogo da parte nostra. Non può esserci un autentico dialogo con chi pretende di imporci in tutti i modi, legali e non, la sua visione dell’ordine naturale senza tener conto delle intrinseche differenze fra noi e lui, né tanto meno con chi dopo aver falsificato o rappresentato in modo fuorviante l’evidenza scientifica nega il nostro stesso diritto di lavorare per la società.

Una volta però che queste basi di dialogo siano state solidificate, sicuramente si può lavorare per raggiungere obbiettivi comuni, come l’introduzione di criteri di valutazione degli studi scientifici più rigorosi, o la costituzione in Italia di comitati etici indipendenti nelle università, per dirne un paio.
Sono sicuro che c’è qualcuno, fra la popolazione realmente sensibile all’animal welfare, che è in grado di recepire questo tipo di messaggio e farne buon uso. Per tutti gli altri, spero che possano rifletterci sopra e trarne comunque qualche giovamento.


[OI]

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