Fides in Ratione: un’Etica per la Sperimentazione Animale

Lo scorcio del ventunesimo secolo, da poco impostosi quale nuovo segmento di scansione cronologica, è considerabile come una propaggine del suo predecessore: un Novecento ricco di conquiste nei più svariati settori, soprattutto in ambito scientifico. Nello specifico, i progressi della medicina sono stati notevoli e, con molta probabilità, i più importanti che siano stati compiuti in tutta la storia dell’umanità, grazie anche alla sempre maggiore fiducia posta nell’operato della scienza. Di certo è indiscutibile il fatto che ci siano stati anche dei risvolti poco graditi, ma se si dovesse tener conto solamente delle probabili implicazioni negative che comporterebbe una nuova scoperta scientifica, si potrebbe mettere al chiodo la strale del progresso, contemplandola quasi fosse un cimelio di vecchie gesta, le cui inauspicate conseguenze negative hanno dissipato altri meriti, come l’aver messo all’angolo una parte delle minacce esistenti in natura. Basti pensare alla scoperta dell’insulina da parte di Frank Banting negli anni venti, o alla scoperta di un vaccino contro la poliomielite negli anni cinquanta ad opera di Albert Sabin. Entrambe – e non uniche – opere che hanno contribuito a salvare un numero elevatissimo di vittime, a migliorare in maniera più che significativa la qualità e le possibilità di vita. Tutto questo grazie al modello della sperimentazione attuata su organismi complessi (e con un lifespan diverso da quello umano) come gli animali, senza la quale anche la nostra epoca sarebbe in un vicolo cieco, impegnata a cercare di debellare patologie che divorano la vita di numerosi esseri senzienti. Le scoperte scientifiche, perlopiù, hanno un carattere cumulativo. E’ proprio questa peculiarità a consentire il numero esorbitante di benefici qualitativi (spesso irrinunciabili) di cui può disporre in ogni epoca, direttamente o meno, il genere umano e non. Essendo la cumulabilità un processo sempre in atto, la nostra generazione è debitrice nei confronti del terreno culturale del passato su cui fiorisce il nostro tempo. In questo quadro, va da sé il fatto che le chances di vita della nostra specie sono direttamente proporzionali alle chances date alla ricerca biomedica, la cui possibilità di snodarsi attraverso la fitta rete del “non ancora conosciuto” è fortemente condizionata dal modello della sperimentazione animale. Lo scenario che si prospetta in questo secolo, sul piano delle idee riguardanti tale approccio scientifico, vede due trame tessersi (spesso scontrarsi) tra loro: la trama di chi, con una credenza forte di constatazioni pseudoscientifiche, si affida con cieca fiducia ad improbabili riferimenti autoritari – alla stregua di un’anziana signora che sgrana un rosario in Chiesa farfugliando a memoria le parole di una qualsiasi invocazione divina – e la trama dei sostenitori di un rinnovato razionalismo scientifico, la cui prerogativa è quella di una “reductio ad rationem” degli scopi legati alle necessità umane. Tale opposizione sembra quasi richiamare l’accesa diatriba che, nel corso del medioevo, vide coinvolte le schiere di estremi sostenitori della fides e della ratio: fede e ragione tesi a trovare una risposta univoca a quesiti teologici. La differenza sta nel fatto che, al giorno d’oggi, proprio quel processo di cumulabilità – di cui sopra si è accennato – del sapere scientifico è stato reso possibile dalle ragioni del razionalismo, il cui fulcro è proprio da individuare in quella ratio tipicamente umana. Sembra doveroso optare per un compromesso, un nuovo modello di sintesi che sia il risultato dei due elementi chiamati in causa: fides in ratione, l’avere fiducia – non cieca – nelle prerogative della ragione umana, riconoscendole un ruolo chiave nella guida del progresso scientifico e, di conseguenza, umano.

Le specie in natura esistono, così come esistono sostanziali differenze tra esse, e i meccanismi con cui ognuna di queste esercita un controllo, più o meno diretto, sulle altre e con cui si marcano dei confini tra le rispettive necessità di autoconservazione, variano con l’evoluzione e le disposizioni dettate in natura. Nel “Protagora”, celebre scritto di Platone risalente al IV secolo a.c., è esposta magistralmente – seppur in forma mitica – la genesi dei viventi e delle loro differenze relative alla specie a cui appartengono. È solo l’uomo, si evince, che è stato dotato di téchne: un saper fare uso del proprio ingegno e della propria ratio in grado di sopperire ad altri tipi di lacune biologiche, a perpetuare il proprio (scomodando Heidegger) essere-così nel mondo e a migliorarne gli aspetti qualitativi, confinando le tenebre della morte il più lontano possibile. Hans Jonas, uno dei maggiori bioeticisti del ventesimo secolo, ha proposto una rivalutazione dell’agire morale strizzando l’occhio ad un celebre imperativo kantiano. L’apice del suo percorso filosofico viene raggiunto in un suo scritto del 1979 intitolato “Il Principio Responsabilità”, in cui è esposta la seguente massima:

Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla Terra.

Ed è questo l’obiettivo che il razionalismo scientifico, oggi più che mai, si prefigge di raggiungere. Ma il secolo è quello che è, l’oscurantismo dilaga, la disinformazione, sfruttando i sempre maggiori canali mediatici, si espande a macchia d’olio, regalando l’illusione che si possa recintare ogni scienza in un confine opinionistico ed affidando agli empatici (neanche tanto, in fin dei conti) aguzzini del progresso le sorti di un’intera specie. La necessità di sopravvivenza (perché è questa, in fin dei conti, la sostanza) è un fatto che va oltre l’empatia: è necessità di senso. La cautela è vicaria di ogni giudizio, e il giudizio deve lasciare le redini al buon senso, recidendo quelle del buonismo. L’etica ha l’arduo compito di tenere sempre in conto queste fondamentali considerazioni, cercando di promuovere un equilibrio che non sia appannaggio di facili qualunquismi e che sia invece baluardo difensivo di certe imposizioni naturali. La morale non va confusa con il moralismo, così come la necessità – insita in ogni specie – di progredire e preservarsi all’interno di un meccanismo neutro, imparziale ed indifferente quale è la natura, non va soppiantata da isterici sproloqui sub-culturali le cui premesse, tuttavia, non sono squisitamente di stampo irrazionale. Se è vero infatti che ogni attore sociale (mutuando tale prospettiva dalle tesi di Weber) è in grado di agire in termini razionali rispetto a dei valori di partenza, è anche vero che i suddetti valori, spesso sfoggiati con orgoglio e spacciati per verità assolute, non sempre finiscono per dimostrarsi eticamente razionali, pur non mettendo in dubbio le intenzioni positive che ne stanno alla base. Un esempio a ciò pertinente è rappresentato dal modo in cui il filone antispecista (valore legato alla sfera dell’affettività empatica) si sta insinuando, con esponenziale successo, tra le posizioni etiche correnti, rendendosi artefice di sconsiderate conseguenze che gravano sul sistema delle tendenze naturali proprie della specie umana. Tuttavia, va detto che l’etica dell’antispecismo non è, di per sé, un’etica esclusivamente negativa o positiva il cui valore si esaurisce nella sua formulazione ed attuazione; così come non lo è quella dello specismo, che ai più causa uno sdegno e una riluttanza dettati dalle implicazioni che spesso comportano certe sterili ed estreme generalizzazioni, figlie di un pericoloso – quanto illogico – fanatismo. È partendo da quest’ottica che si dovrebbe auspicare, se non una “relativizzazione” dei rigidi paradigmi etici, una decostruzione di essi che tenga conto della complessità delle variabili a cui è soggetto l’agire umano, che è sempre condizionato da riferimenti contestuali e teso verso dei fini, alcuni dei quali non possono assolutamente prescindere dal fatto che il valore di determinate necessità naturali, come la conservazione della propria specie, preceda altri bisogni secondari. Un sistema morale non si relativizza, alla luce di ciò, in virtù del nulla, ma in virtù di una superiore esigenza. La relativizzazione, in questo senso, non si pone come un ridimensionamento della questione atto ad erodere il terreno culturale su cui è andato edificandosi il crocevia delle tensioni etiche umane, il quale è continuamente soggetto a sommovimenti tellurici di una portata tale da sconvolgere radicalmente i sistemi di riferimento delle varie epoche. E questo per un semplice motivo: non possono esistere, bioeticamente parlando, postulati assoluti. Ogni assioma infatti, in quanto tale, ha il suo valore in sé stesso, che è sempre uguale a sé stesso e che è base incontrovertibile di ciò che è costruito su sé stesso. Ma un’etica assiomatica tout court non è possibile, né sarebbe benefica. A riprova di ciò sta il fatto che l’accezione delle intenzioni morali e il loro significato si determinano in riferimento a contesti e fini precisi da cui, come si è già detto, non si può prescindere: il caso contrario, paradossalmente, produrrebbe un’estrema e sterile matematizzazione pronta a sfociare inevitabilmente in una relativizzazione vera e propria, che è quella della specie umana in mezzo alle altre. D’altro canto, una morale universale, in termini deontologici, mai è esistita e mai esisterà. La storia dell’uomo è storia dell’evoluzione etica, che di pari passo dovrebbe andare con il progresso scientifico, non solo ergendosi a baluardo critico e difensivo, ma a sistema razionale che abbia alla propria base il rigore stesso delle scienze, senza però rinunciare a tenere in seno a sé un seme di elasticità pronto a germogliare in situazioni determinate e determinanti, affinché ogni scelta etica non finisca per rivelarsi alla stregua di un poco oleato meccanismo burocratico. L’errore si crea quando, dal benessere generico (e qui sta il paradosso: reso possibile soprattutto dalle scoperte legate al razionalismo scientifico) di una società – che ha dunque ormai colmato i propri bisogni primari – si creano i presupposti affinché una qualsiasi riflessione morale particolarmente empatica venga avvertita come un necessario sentiero da imboccare per raggiungere la nobilitazione massima dell’animo umano. Ma se stessero così le cose, se il bisogno di tensione etica fosse diretto solo a fini tanto caritatevoli, non sarebbe più necessaria nessuna forma di progresso – soprattutto nel settore biomedico – in quanto sarebbe già stata saziata quella pancia che, in un celebre aforisma di Bertolt Brecht, viene sempre prima di qualsiasi morale. L’aspetto del progresso che si sta prendendo in esame non è un plus a cui si potrebbe (né si dovrebbe) rinunciare, ma una necessità incombente al cui appello bisognerebbe rispondere a voce piena, perché diretto discendente di quella téchne insita nella specie umana. Inoltre si badi anche al fatto che, in termini meramente compensativi, la sperimentazione animale non è esclusivamente a vantaggio di quell’immeritevole, egoista e superficiale demonio (così la spicciola propaganda antispecista dipinge i difensori del razionalismo scientifico) che avoca a sé il nome di essere umano: essa è di fondamentale importanza anche per il settore veterinario. In questo senso, la compensazione biologica, può anche tendere la mano ad una sorta di compensazione morale. Da ciò segue che il primo imperativo etico deve farsi fautore di un autentico risveglio culturale che sia in grado di mettere in luce i paradossi e i pericoli di tale fondamentalismo estremo, le cui basi argomentative hanno la stessa consistenza delle ragioni da cui esso scaturisce. La ricerca in campo biomedico non va fermata, il progresso non va ostacolato, né è possibile farlo pretendendo di mantenere una linea di coerenza con il modo tipico che ha l’uomo (e così ogni specie) di essere al mondo. L’ignoranza va combattuta e l’eco delle false pretese di chi, con poco senno ed animo alla mercé della disinformazione, illude sé stesso e il mondo circostante con falsi sofismi derivati da una propaganda antiscientifica e, non in ultima analisi, anti-umana, deve essere diradata. L’uomo, quale “animal rationale”, rischia di smarrire per strada tale appellativo che lo contraddistingue dal resto delle creature su questa terra andando contro sé stesso, sacrificando la propria essenza nel nome di una falsa – quanto fallace, pericolosa ed irrazionale – universalizzazione estrema dell’etica antispecista.


Francesco Cataldi

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