Il Cortocircuito Logico dell’Antispecismo

Chi vi da diritto di disporre della vita degli animali? Sono uguali a noi.

Questa è sostanzialmente l’obiezione posta dagli antispecisti, obiezione che andrebbe lecitamente posta non solo ai ricercatori, a non-vegani e a chi si veste di pelle, ma anche a chi “sfrutta” gli animali in qualsiasi modo indiretto causandone la morte, quindi a tutti gli stessi antispecisti che pongono la domanda (assumo che esista qualcuno Vegano e che vive come un Amish fuori dalla civiltà, senza usare nulla che sia stato ottenuto “danneggiando” gli animali,… ma quelli non hanno elettricità e computer e quindi non postano le loro teorie su facebook).

Lo stesso antispecismo dovrebbe suggerire una risposta ovvia: ne abbiamo diritto perché possiamo, proprio nel senso che abbiamo il potere di farlo e gli strumenti per farlo, e sarebbe estrema arroganza decidere noi quello che è giusto o meno al di fuori di questo. Lo dice la natura.

Chi ama la natura dovrebbe avere la capacità di osservarla. Osservando la natura non troviamo forme di cortesia o scrupoli etici: la natura ci mostra una strenua, crudele e spietata lotta per sopravvivere e far sopravvivere i propri figli, poi per far sopravvivere gli individui più simili, e così via. In sintesi per far sopravvivere il proprio patrimonio genetico. Non c’è bisogno di andarsi a leggere Il Gene Egoista di Dawkins per capire il concetto: basta osservare.

Se un leone ha fame non si porrà tanti problemi a sbranare una gazzella. Non si porrà questioni etiche, non si chiederà se potrebbe diventare vegetariano o se la gazzella ha dei figli teneri e con gli occhini grandi: lo farà e basta. Perché può e perché questo gli consente di sopravvivere.

Se un organismo si trova in un ambiente nuovo e può colonizzarlo, che sia una pianta esotica capitata in Sardegna o una nutria lasciata nei canali lombardi, lo farà sterminando altre specie e facendole estinguere. Non si porrà il problema di conservare la biodiversità, di non far estinguere una specie o di non distruggere un ecosistema, lo farà e basta, perché può farlo; questo non avviene solo per le “interferenze” dell’uomo: è avvenuto milioni di volte nella storia del pianeta, prima ancora che l’uomo esistesse.

Se un branco di lupi incontra un altro branco che è entrato nel suo territorio non si farà problemi ad attaccarlo e ad uccidere “l’invasore”, anche se è della stessa specie e della stessa razza; come una pianta non si farà problemi a crescere e mettere in ombra un’altra pianta della stessa specie ma di una “razza” più bassa, condannandola a morte. E se di un bosco si tratta, quello che avverrà sarà una “strage razzista”.

Ebbene sì: qualsiasi essere vivente, animale o vegetale, in natura è profondamente egoista, crudele, cinica, razzista e specista. Qualsiasi essere vivente, compreso l’uomo. In natura. Cioè prima della civiltà.

Se partiamo dall’assunto che, sul piano etico, l’uomo sia uguale a qualsiasi altro animale allora dobbiamo chiederci con quale sconfinata arroganza possiamo pensare di essere noi a decidere “cosa è giusto”. In fondo siamo in minoranza, se fossimo uguali dovremmo prendere esempio dalle altre specie, e semmai ritenere perfettamente logico ammazzare il vicino di casa per avere una casa più grande per i nostri figli, non porci il problema se sia lecito ammazzare un coniglio per mangiarlo (o, vieppiù, per cercare la cura per una malattia).

L’unica ipotesi per cui l’uomo dovrebbe (e deve) comportarsi in modo diverso dagli altri esseri viventi è ammettere che l’uomo sia diverso: solo ammettendo che l’uomo sia diverso abbiamo il diritto di essere noi a decidere cosa è giusto, e solo con la presunzione di essere superiori possiamo pensare che questa decisione sia giusta.

Solo sotto questa ipotesi possiamo permetterci di dettare noi le regole e le priorità scegliendo qualche cosa che va oltre il bieco egoismo+razzismo+specismo “puro” del “mors tua vita mea”.

Ecco perché l’obiezione degli antispecisti è mal posta nella parte “Sono uguali a noi”, ed ecco perché la domanda corretta da porsi è quale sia il giusto equilibrio tra i bisogni e le esigenze dell’uomo, il male che si causa ad altre specie per soddisfare questi bisogni e quanto “valore” vogliamo dare agli individui di ogni specie.

Diversamente si è in un corto circuito logico: una tarantola sta per pungermi, io non la uccido perché non ritengo che la mia vita valga più della sua e muoio. Dimostrando con ciò di essere maledettamente arrogante, violando quella legge di natura che, anzitutto, ha consentito a me e alla tarantola di esistere.


[AC]