Lettera aperta a Pier Giovanni Capellino, presidente di Almo Nature.


gatto e coniglio

Avevo scritto questa lettera mesi addietro, poi per qualche motivo me ne sono dimenticato.

Oggi l’ho ritrovata e mi chiedo seriamente se sia opportuno dare risalto a un’azienda che ha diffamato a mezzo stampa la ricerca Italiana per il solo scopo di ottenere visibilità. Magari quello che vuole gente come voi  è solo visibilità e vi sto facendo un favore, ma sono fiducioso nella capacità critica della “casalinga di Voghera”, e quindi sì: forse è bene che si continui a parlare di voi, e se lei, Sig, Capellino, non risponderà, del fatto che non è capace di rispondere.

Ho una domanda per Pier Giovanni Capellino, presidente di Almo Nature, in merito a una sua frase che mi ha fatto riflettere.

“La sofferenza è unica, non la si può dividere”.

Personalmente non condivido la continuazione della frase (“non si divide il cuore tra la sofferenza degli umani e la sofferenza degli animali“) ma non intendo entrare in un dibattito etico perché l’etica non può prescindere da una scala di valori, e i valori sono ovviamente personali e da contestualizzare.

Mi limito quindi alla prima parte della frase, che condivido, “La sofferenza è unica, non la si può dividere“, e aggiungo che per me la non-sofferenza e la vita di un animale (e in verità di qualsiasi forma di vita) sono importanti; aggiungo anche che nella mia personalissima scala non tutti gli animali hanno lo stesso valore: la vita di uno scimpanzé vale molto più di quella di una zanzara. Posso però comprendere (anche se non condividere) che esistano scale di valori per cui non ci sono animali “più importanti di altri”, magari nemmeno quelli della specie homo sapiens.

Però come ben dice, Sig. Cappellino, ci sono casi in cui le sofferenze non possono essere divise, e nascondere la testa nella sabbia pensando di poter “non fare una scelta” non aiuta. Le farò un esempio.

Tempo fa, con un profilo su facebook anonimo, ho fatto una domanda allo staff di Almo Nature, domanda immediatamente rimossa (e profilo bannato) ma che ha ricevuto una risposta privata. Ovviamente conservo gli screenshot e al momento opportuno li mostrerò.

Avevo chiesto: Almo Nature è disposta a sponsorizzare una campagna che inviti i suoi clienti a far mangiare agli animali domestici, almeno una volta alla settimana, avanzi di cucina invece che mangime ? Questo, a conti fatti, salverebbe più animali di quelli utilizzati per la ricerca.

Mi è stato risposto privatamente: Si vede che non capisci niente di alimentazione animale.

E’ del tutto vero, non sono un esperto di alimentazione animale (pur avendo adottato oltre venti gatti randagi in vita mia, ma questa è solo “esperienza pratica”, nessuna competenza scientifica in materia), ma sono stato un ricercatore, e quindi sono abituato a documentarmi, a studiare, a cercare informazioni e anche a riconoscere le ragioni dell’interlocutore.

Ho dunque deciso di documentarmi, e poi di fare ciò che pare mi riesca meglio: dei conti.

Documentandomi ho scoperto che un gatto randagio ha una aspettativa di vita di 4,7 anni [ http://dx.doi.org/10.2460%2Fjavma.2003.222.42 ], che negli anni 80-90 (quando i mangimi specialistici non erano certamente diffusi) l’aspettativa di vita di un gatto domestico era di 14 anni [ http://dx.doi.org/10.1079%2FPNS19950064 ], e infine che oggi grazie ai miglioramenti ottenuti (sia con i farmaci a uso veterinario derivanti dalla SA, non è una provocazione, che con altri miglioramenti, tra cui la dieta) la vita attesa di un gatto domestico è molto aumentata [ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9512965 ], al punto che recenti indicazioni parlano di 20-22 anni.

Come ricercatore (che si è occupato di modelli di analisi, cioè di un “metodo alternativo” che non fa uso di animali, e infatti non ho mai fatto un esperimento su un animale) sono anche abituato a fare qualche semplificazione ed estrapolazione, cercando di non alterare l’obiettività dei dati.

Faccio dunque questa semplificazione: sotto casa c’è una cucciolata di gattini randagi, vorrei adottarne uno; ho tre possibilità: lasciarlo dov’è (e “condannarlo” a vivere 4,7 anni), portarlo a casa e nutrirlo con degli avanzi di cucina come ho sempre fatto (e offrirgli una vita di 14 anni, come per i gatti domestici degli anni 80), oppure portarlo a casa e nutrirlo con mangimi specializzati come i vostri (buttando via i miei avanzi, ma consentendogli di vivere circa 22 anni).

Tralascio la prima ipotesi, che nessun amante degli animali approverebbe (e io amo gli animali), le due rimanenti sono 14 anni con gli avanzi, oppure gli avanzi buttati nel cassonetto della spazzatura e 22 anni con il mangime, otto anni in più. Questo è lodevole e va ringraziata l’industria dell’alimentazione animale, Almo Nature compresa: Otto anni in più.

Ma occorrono altri dati. Supponiamo che io voglia alimentare il gattino con il mangime al coniglio. Un coniglio da allevamento ha un peso variabile tra i 3.5 e i 5 kg, con una resa (mi si perdoni la crudezza: la carne rimasta dopo aver tolto il pelo, le ossa, il cranio, eccetera) che va dal 60 al 64% [ http://www.ideegreen.it/razze-coniglio-27178.html ]. Ne deduco che un coniglio (razza “Bianco di Nuova Zelanda”) “contiene” (e mi scuso di nuovo per la crudezza dell’immagine) al massimo 3.2 kg di carne. Leggo anche che le scatolette di mangime al coniglio contengono il 75% di carne animale (Linea “Legend”, fonte il vostro sito), dato che viene dichiarato da voi e quindi suppongo essere vero (o almeno non “ridotto”, commercialmente sarebbe un cattivo affare).

In 22 anni di vita il mio gattino mangerà una volta al giorno, supponiamo che io decida di nutrirlo con le scatolette da 70g, siccome non sono un esperto di alimentazione animale faccio di nuovo una ipotesi che potrebbe essere errata (ma penso per difetto): una scatoletta al giorno, sono circa 8.000 scatolette nella sua vita, o 560 kg di mangime. Fanno 420 kg di carne, ossia poco più di 130 conigli. Sono conti semplici. E do per assodato che il prodotto di Almo Nature sia fatto con carne di primissima qualità, non con gli scarti: “Ingredienti come li cucineresti tu”, dice la pubblicità: io mica cucinerei gli scarti di lavorazione!

Ora mi faccio una domanda, la faccio a me, RV che ama gli animali, non a Pier Giovanni Capellino presidente di Almo Nature, e mi do la mia risposta. Però ci terrei a conoscere anche la risposta dell’interlocutore, forse esistono principi etici che vanno al di la dell’antispecismo e che mi sfuggono.

Se decido di sacrificare 130 conigli per far vivere il mio gatto 22 anni invece che 14 (ammesso, e non concesso, che sia tutta nell’alimentazione la differenza) sto facendo qualcosa di “giusto” per il bene degli animali ?

O forse sto soddisfacendo un mio vezzo, sto scegliendo “un terzo di vita in più” contro 130 vite solo perché il gattino ce l’ho davanti, è morbido e mi fa le fusa, e mi ci sono affezionato, ma in realtà tutto questo è una mia scelta profondamente crudele ed egoista ? (non uso la parola “delitto” perché quella è diffamazione e quello lo lascio fare a lei nei suoi spot, ma “crudele ed egoista” ci sta).

Ecco, sono due sofferenze, il mio gattino che vive otto anni in meno oppure 130 conigli tritati. Non si possono separare, come ben diceva lei.

Io la mia risposta ce l’ho: non butterò i miei avanzi e cercherò di dare al gattino la miglior vita possibile per 14 anni, senza dimenticare un minimo di equilibrio tra le mie esigenze “egoistiche” di avere compagnia e quelle degli animali. Ma a questa domanda vorrei conoscere una risposta diversa se c’è e la si può argomentare.

Probabilmente questa lettera verrà considerata una “aggressione” dal Sig. Capellino, come già accaduto quando ho fatto la prima domanda. Ma la domanda rimane, comunque la si intenda, e non credo bastino le risposte da ufficio stampa per farla sparire, né la fuga.

Non credo che limitarsi a dire “Modestia nelle affermazioni, più riflessione e meno insulti” basti: anche perché non c’è alcuna modestia in chi pretende di ergersi a giudice della morale altrui con parole come “crudele” e “delitto” e non accetta che venga a sua volta messa in discussione la sua etica; non c’è coerenza in chi insulta per primo colpendo la ricerca con un bazooka mediatico quale è una campagna pubblicitaria in prime time e poi, a guisa di vergine cuccia di Pariniana memoria, grida “aita aita” quando gli si ricorda che il suo mestiere consiste nel tritare gli animali per fare soldi; non c’è alcuna riflessione in chi dice “si investa zero sulla “siringa” e 100 sul “computer”.” senza aver mai investito più di zero né sul computer né sulla siringa. A meno che non si sappia mettersi a propria volta in discussione, almeno con chi già lo fa.

Ecco dunque la domanda per lei, Sig. Capellino, che in realtà è la stessa già posta: Così come le multinazionali del tabacco sono obbligate a scrivere sui pacchetti di sigarette “il fumo uccide” e a finanziare campagne contro il fumo, Almo Nature è disposta a mettersi in discussione e investire le stesse risorse utilizzate nella campagna fatta nel 2013 in una campagna che dica “Non usate gli alimenti specifici per gli animali, è una crudeltà, è un danno per la natura, è un delitto senza firma: è più giusto dar loro gli avanzi di cucina” ?

Le dico subito che questa domanda viene posta da una persona che ha impiegato solo un paio di anni a fare ricerca in prima persona, l’ha fatta “zero sulla siringa e 100 sul computer”, e in quei due anni ha pubblicato in campo biomedico più di quanto hanno fatto nell’intera (pluridecennale) carriera alcuni degli “scienziati” intervistati da Almo Nature come sostenitori dei “metodi alternativi”. In questo non c’è nulla di offensivo, sia chiaro: sono dati. Per confrontarsi in un ambito scientifico occorre accettare che i dati non hanno in sé morale e non hanno giudizio: sono solo fatti della vita.

Da questa privilegiata posizione di “ricercatore che non fa uso di modelli animali per la sua attività” le ripeto quello che, in modo assolutamente compatto, dice la comunità scientifica italiana e non solo: la Sperimentazione Animale OGGI non è sostituibile per la ricerca biomedica, e così sarà per alcuni anni. Dunque nei fatti, purtroppo, la dicotomia che lei rifiuta di affrontare, quella divisione tra la sofferenza di un animale e quella di un bambino malato, esiste.

Esiste la divisione, e possono esistere opinioni diverse sulle priorità: se la sua è che la vita degli esseri umani conta meno di quella delle cavie da laboratorio la cosa mi fa inorridire, ma non posso giudicare io la scala di valori altrui. Basta che non si cerchi di spostare la rappresentazione della realtà per arrivare a una conclusione conforme alla propria scala di valori: non è barando sulle premesse che si ottiene di aver ragione sulla conclusione.

Non è spostando la domanda da quella meramente “etica” (vale di più la vita dei malati o quella delle cavie?) a quella “pseudoscientifica” che può essere discusso il problema (appellandosi a chi dice che esistono metodi alternativi, anche se non ha alcuna credibilità per sostenerlo, non sa dire quali sono e non è in grado di dire come farebbe). Questa sì, è arroganza; ed è anche crudele manipolazione del sentire.

Non è neppure fingendo un dibattito e gestendolo poi con una sistematica censura che si stimola un confronto, lei ha consigliato nel suo intervento di “interagire con delle domande agli autori”, le elenco qui alcune delle domande (oltre a quella già citata) che son state poste da varie persone e sistematicamente censurate sul Blog e sulla pagina FaceBook della sua azienda:

  • Con quale titolo un Professore ordinario di ‘Bioetica’ e ‘Filosofia Morale’ può affermare con sicumera che “I metodi alternativi sono più attendibili, più rapidi, meno costosi” se non ha mai condotto una ricerca né utilizzando la SA né utilizzando i metodi alternativi, semplicemente perché non è il suo campo e non ha mai condotto una ricerca in campo biomedico ?
  • Perché se è in discussione una direttiva europea si è presentata come pertinente una ampia dissertazione sulla situazione AMERICANA da parte del Dott. Beckoff, non è fuorviante e disinformativo presentare argomenti non pertinenti a un pubblico che potrebbe non comprendere che le normative US ed EU sono ben diverse ?
  • E’ possibile avere un elenco completo delle pubblicazioni in Peer Review del Dott. Tarro, conoscere l’impact factor cumulativo di questi articoli e l’h-index ? [La domanda non è volta a offendere l’interlocutore, se qualcuno mi chiedesse quanti lavori ho pubblicato sulla fisica delle particelle risponderei “Nessuno, e infatti non ritengo di avere titolo per sostenere che il Bosone di Higgs esiste o che è una bufala”, senza ritenermi affatto offeso].
  • E’ possibile avere un elenco completo delle pubblicazioni in Peer Review della D.ssa Penco, conoscere l’impact factor cumulativo di questi articoli e l’h-index ? [Come prima]
  • Perché il Dott. Tarro o la D.ssa Penco, che sembrano far parte di quel 2,5% di scienziati convinti che i metodi alternativi consentano di sostituire la Sperimentazione Animale oggi e in toto, non sottopongono la loro tesi a un processo di peer review (cosa che probabilmente li candiderebbe a un Nobel) o almeno non chiedono di riscuotere questo premio http://www.nc3rs.org.uk/news.asp?id=1889 ?
  • Considerato che lei dichiara che le motivazioni di Almo Nature sono meramente “etiche”, e che invece l’azienda viene accusata di arricchirsi con questa campagna, Almo Nature è disposta a fare completa disclosure dei costi della campagna e dell’andamento del fatturato mensile da gennaio 2013 ad oggi ?
  • Almo Nature è disposta a finanziare un importo pari quello speso per la campagna pubblicitaria contro la ricerca scientifica in progetti di ricerca volti a migliorare i metodi complementari alla SA e a ridurre il numero di animali utilizzato ? (ricerca da compiere sotto la supervisione di un comitato scientifico di medici e biologi con un curriculum di eccellenza in termini di risultati e pubblicazioni, ovviamente).
  • Fermo restando che i gatti sono carnivori e che non possono certo essere nutriti con cibo vegano (o almeno questa è la tesi prevalente), Almo Nature è disposta comunque a far capire al pubblico la dimensione degli argomenti di cui si discute, rendendo noto il numero di animali che viene macellato per la sua produzione in modo che questo numero possa essere confrontato con quello degli animali utilizzati per la ricerca?

Sull’ultimo punto posso fare delle stime, che non vorrei venissero “discusse” ma che potrebbero essere facilmente smentite con una dichiarazione pubblica e ufficiale in cui si annunciano i dati veri (sicuramente a lei noti).

Almo Nature proietta il fatturato al 2015 a 135 milioni di euro (dati pubblici dal vostro sito web). Una confezione da 85g viene venduta al pubblico a un prezzo che oscilla dai 50 ai 70 centesimi, ossia circa 7 euro al kg (verificato al supermercato “Iper –  Fiordaliso”, Via dei Missaglia, Milano-Rozzano). Considerando un margine di contribuzione del 40% nella distribuzione (dati medi secondo la Camera di commercio Milano) è lecito che il prodotto venga venduto alla GDO a circa 4 euro al kg. Fatte salve le ovvie approssimazioni parliamo di oltre 30 milioni di kg all’anno, a seconda della specie avremmo una media ponderata tra i seguenti numeri:

  • 10 milioni di conigli
  • un milione e settecentomila tacchini
  • 120 mila suini
  • 50 mila bovini

Se anche ipotizziamo che solo un decimo della produzione sia fatta con carne di coniglio e che io abbia sbagliato del doppio le stime emerge un dato che non si può dimenticare nella discussione: Almo Nature macella ogni anno più animali di quanti sono quelli utilizzati per la ricerca scientifica in Italia. Se i miei conti sono sbagliati fornisca i dati ufficiali.

Questo a meno che lei non voglia dire ai suoi clienti che in realtà le scatolette contengono scarti di lavorazione e non carne, e questo chi ama il suo gattino come un figlio è giusto che lo sappia: io a mio figlio non darei da mangiare trito di frattaglie, pelle e altri scarti.

Cordialmente,

[RV]

Update: Non-Risposta di Pier Giovanni Capellino e controrisposta qui: https://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com/2014/04/18/la-non-risposta-di-capellino/

 

 

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12 thoughts on “Lettera aperta a Pier Giovanni Capellino, presidente di Almo Nature.

    • Grazie, avevo aperto il blog per correggere e trovo il commento… corretto, qualcuno su facebook è arrivato più in fretta. Come unica giustificazione prima che il mio professore di italiano del liceo si rivolti nella tomba c’è che scrivo di getto e non rileggo mai. 😉 [RV]

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  1. Secondo me il signor Capellino non risponderà mai: lui e la sua azienda sono interessati al profitto e non agli animali (cosa legittima, fra l’altro), usati solo come spot pubblicitario per sfruttare l’animalismo attualmente di moda.
    Naturalmente sarei felice di essere smentito!

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  2. Splendido articolo 🙂

    Un paio di appunti a caso: non mi risulta che si usi carne suina nell’alimentazione dei gatti, mentre si usa (e sicuramente Almo Nature usa) pesce. Ma non ha importanza eh, se ci sono animali di serie A e di serie B, i pesci sono sicuramente più di serie B dei maiali. E se gli animali sono tutti uguali, allora i pesci sono uguali ai maiali (a parte le dimensioni).

    Personalmente, le mie tre gatte ho deciso di alimentarle con mangimi di qualità. Io di mangimi ne capisco poco, ma dai (pochi) dati trovati in rete, penso di aver capito che Almo Nature è considerata un’ottima marca, così come altre che invece non si avvalgono della trovata “cruelty free”.

    Siccome per me le mie gatte sono infinitamente più importanti di conigli e tacchini, io compro cibo di marca. Però l’ipocrisia per trovate commerciali mi sta proprio sui nervi, quindi compro Royal Canin.

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  3. lei non prende in considerazione la dieta casalinga,quindi non è informato sufficientemente, gli animali non si nutrono con gli avanzi,mi sembra una bella mancanza di rispetto nei loro confronti, perché quei 14 anni di cui lei parla saranno molto probabilmente costellati da una serie di patologie che non sto ad elencarle, ma che causeranno sofferenze e spese veterinarie non indifferenti, il loro fisico ha specifiche necessità che, siccome siamo evoluti e lo sappiamo, mi sembra il caso di rispettare le loro peculiarità, non trova? Posto che sono d’accordo sul fatto che le case industriali che producono mangimi non siano né affidabili né rappresentino il massimo della salute, chi vuole ricercare un’alternativa sana può chiedere al veterinario di stilare una dieta di cibi freschi preparati in casa, equilibrati secondo le esigenze dell’animale.

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