L’Anestesia nella Sperimentazione Animale

Ho notato come più volte si fa confusione tra la realtà dei fatti e le leggende metropolitane secondo le quali i laboratori sono camere di tortura.

Sicuramente quello che si sta per trattare è un argomento molto complesso che richiederebbe pagine e pagine, ma spero di riuscire a rendere il concetto il più semplice possibile.

La bugia più accreditata è quella che all’interno dei laboratori non venga usata l’anestesia perché troppo costosa; sebbene gli anestetici siano difficili da comprare, richiedono, infatti, dei formalismi e dei percorsi tortuosi in relazione al fatto che tutto il loro percorso deve essere rintracciabile dal momento che spesso si tratta di stupefacenti, i loro costi non sono così esorbitanti, si parte da circa € 1,50 per sedativi blandi per arrivare a prezzi relativamente più alti per gli oppioidi, e dico relativamente perché comunque su tutta la sperimentazione hanno un’incidenza minima, pertanto sarebbe da stupidi rischiare sanzioni salate, per il mancato rispetto di una legge che si fonda su una normativa europea in materia di sperimentazione, per pochi “spiccioli”; secondo perché (egoisticamente) serve ad agevolare il lavoro dello sperimentatore e terzo perché chi lavora nell’ambito di certo non ha il piacere nel veder soffrire un essere vivente sotto i propri occhi e a causa del proprio operato.

Allora perché, alcune volte, gli anestetici non vengono usati?
La risposta è semplice: perché possono compromettere la veridicità di un esperimento.
In che modo?
Non permettendo una valutazione delle reazioni dell’animale perché sedato o perché interferiscono con il percorso che la sostanza usata nel test compirebbe in assenza dell’anestetico (ad esempio potrebbero indurre un aggiustamento (in più o in meno) della dose realmente necessaria perché ad esempio ne aumentano l’eliminazione o potrebbero interferire con l’assorbimento o potrebbero causare uno spiazzamento dalle proteine plasmatiche o potrebbero interferire con lo stesso sito recettoriale etc.

Forse alcuni esempi saranno maggiormente esplicativi: pensiamo ad uno sperimentatore che sta studiando un nuovo anestetico, se l’animale usato fosse già anestetizzato come potrebbe capire se la nuova molecola è in grado di indurre a sua volta tale effetto?
O ancora come si potrebbe sperimentare un antidolorifico, se già il riflesso del dolore è stato spento?
E quando si compiono degli studi in merito all’epilessia, che si basano su analisi comportamentali del topo se il topo è sedato, come potranno venir fuori tali comportamenti?
E questo elenco potrebbe essere molto più lungo di così.

Come si interviene in questi casi?
Innanzitutto prima che parta una sperimentazione occorre che si presenti una documentazione corredata del protocollo che si intende seguire ad un comitato etico e sulla base delle motivazioni che spingono gli sperimentatori ad intraprendere una determinata ricerca, tale comitato se ritenesse inutili taluni esperimenti potrebbe suggerire delle modifiche al protocollo o addirittura negare il permesso per iniziare la sperimentazione; inoltre la normativa che regolamenta la sperimentazione animale prevede che qualora ci dovessero essere dei casi in cui sia strettamente necessario (come nei casi citati) sperimentare senza l’ausilio di anestesia allora si deve avere l’accortezza di far durare le sofferenze il meno possibile.

La legge impone, inoltre, che l’esperimento sul singolo individuo venga svolto una sola volta, cioè se il protocollo prevede che occorre causare una crisi epilettica ogni individuo, usato durante la sperimentazione, subirà tale pratica solo una volta durante tutto l’arco della sua vita.

L’argomento è sicuramente molto più complesso di come lo abbia reso io, ma in ogni caso spero di aver reso l’idea che i laboratori non sono camere di tortura in cui operano sadici, ma sono luoghi in cui si lavora per il bene di tanti ed è questa consapevolezza che fa superare, allo scienziato, il disagio di dover spesso sacrificare degli animali.


[VS]

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