Il Talidomide, ovvero: come ti rivolto la frittata storica

Se qualcuno capita su questo blog, ha probabilmente già sentito parlare fino alla nausea del talidomide. Ma un riassunto della vicenda è comunque d’uopo.

Il talidomide è un farmaco tranquillante, antidolorifico, antiemetico e con molte altre interessanti proprietà. Non sarebbe particolarmente famoso, se non fosse stato ritirato dal commercio in quanto manifestò gravi effetti teratogenici che non erano stati previsti nelle prime fasi della sperimentazione.

Dunque la storia del talidomide non si distingue dai mille altri casi citati dai nostri oscurantisti preferiti; un farmaco che dopo aver superato la sperimentazione animale e anche quella umana, rivela comunque degli effetti collaterali inaspettati. Gli animalisti fan presto a trasformarlo in un Babau da sventolare, corredato di foto di orribili deformità per colpire l’ascoltatore. Ma i fatti quali sono?

  1. Il talidomide non fu sperimentato su animali gravidi prima della messa in commercio. Dunque non si potevano verificare eventuali effetti teratogeni.
  2. Gli effetti teratogeni di un farmaco possono essere molto difficili da prevedere, perché i fattori coinvolti sono un’enormità. Perfino la comune aspirina a dosi elevate causa danni al feto.
  3. Il via libera all’uso del talidomide su donne incinte fu dato in seguito alle osservazioni sull’uomo (Blasiu, 1958). Per altro, osservazioni volontariamente fraintese e alterate dalla Grunenthal, la ditta produttrice del farmaco.  Blasiu dichiarò di aver usato senza problemi il farmaco nel reparto di ginecologia, ma non disse di averlo provato su donne incinte, come invece la Grunenthal intese o volle intendere.

Insomma la storia non è proprio a sostegno della causa animalista. Semplicemente siamo di fronte ad una sperimentazione effettuata in modo poco approfondito e senza criterio, che ha portato a conseguenze disastrose. Perché gli animalisti citano questo caso tanto spesso? La storia, si dice, non si fa con i se; e qui la storia è piuttosto chiara e la morale univoca: sperimentate anche su animali e umani gravidi prima di commercializzare un farmaco con il via libera per l’uso su donne incinte.

Ma visto che la storia qui non gli viene incontro, gli antivivisezionisti dismettono i panni degli storici della scienza e rimettono quelli dei biologi improvvisati, tirando fuori un nuovo oggetto del contendere: “ma il disastro si poteva evitare?”

Ma chi lo sa, e chi se ne importa, direi. A tutt’oggi, non è noto con certezza il meccanismo attraverso cui il talidomide causi teratogenesi (anche se si suppone agisca tramite inibizione dell’angiogenesi (D’Amato et al., 1994; Bauer et al., 1998; Sauer et al., 2000; Ito et al., 2010; Ito et al., 2011; Ito and Handa, 2012)), dunque non vedo come sia possibile pretendere di trarre deduzioni conclusive sull’intera pratica della ricerca in biologia animale a partire da dati così incompleti. Dal talidomide abbiamo imparato a prendere con maggiore cautela i dati che ci vengono forniti prima di commercializzare un farmaco, anche quelli provenienti da studi clinici. Tentare di riscrivere la storia a questo punto mi pare una perdita di tempo, ed è contrario ai principi fondamentali dello studio storico, che non si occupa, perché non può farlo, di come le cose sarebbero andate se si fossero variate le condizioni di partenza, ma può solo dirci come effettivamente sono andate.

Se poi proprio vogliamo gettarci in una panoramica nella questione prettamente biologica, quel che è certo è che il talidomide ha manifestato effetti teratogeni in molti test su animali effettuati a posteriori su ratti, topi, conigli, scimmie, polli e perfino su Drosphila melanogaster (Giroud et al., 1962; Kemper, 1962; Parkash, 1962; Lucey and Behrman, 1963; Obbink and Dalderup, 1963; Yang et al., 1963; Brock and Von, 1964; Delahunt and Lassen, 1964; Dipaolo et al., 1964; Dwornik and Moore, 1965; Gatzek and Dipaolo, 1965; Hendrickx et al., 1966; Hamilton and Poswillo, 1972; Hendrickx, 1973). D’altro canto, ci sono anche studi che non sono riusciti a replicare alcuni di questi risultati (soprattutto quelli che riguardano topi e ratti: la teratogenicità del talidomide in lagomorfi e scimmie è un dato ormai accettato). Ciò suggerisce che gli effetti del farmaco siano multifattoriali e dipendano oltre che dalle dosi, dal ceppo utilizzato, dalle modalità e tempi di somministrazione, dalla forma più o meno biodisponibile del composto che viene utilizzata. Ad esempio, Schumacher et al, (Schumacher et al., 1968) hanno rinvenuto effetti teratogeni in conigli e ratti a dosi rispettivamente di 2.5 e 9.2 mg/kg, ma solo con somministrazione intravenosa. Quando il talidomide viene somministrato per via orale risulta teratogeno nei conigli (ma a dosi alte, di almeno 25 mg/kg), mentre è oggetto di dibattito il suo effetto nei ratti. Significativamente, in macachi e babbuini la teratogenesi si verifica a dosi molto basse, a partire da 4 mg/kg (Hendrickx et al., 1966), e dunque come modelli di teratogenesi risultano del tutto paragonabili all’uomo.

Come si vede anche solo a partire da questi pochi (si fa per dire) dati, la vicenda del talidomide è un bel ginepraio, ma di sicuro non si ricava la conclusione che gli effetti del farmaco riguardano l’uomo, solo l’uomo, fortissimamente l’uomo, né che senza sperimentazione su animali avremmo evitato i disastri.

Ad ogni modo, trattare la questione nei minimi dettagli scientifici esula dallo spazio a nostra disposizione, visto che si tratta di un problema in gran parte ancora aperto; e l’infantilismo animalista, che vorrebbe attribuire alla sperimentazione animale errori dovuti semplicemente all’incuria e semmai all’assenza di un’adeguata sperimentazione, è decisamente il modo peggiore per trattare una questione scientifica così complessa. E in questo, la loro capziosa focalizzazione sulla focomelia è una strategia retorica e nulla più: il talidomide causa difetti alla nascita in molte specie animali, secondo un meccanismo multifattoriale su cui ancora c’è molto da chiarire. Concentrarsi solo sulla distrofia degli arti, tralasciando malformazioni ossee e disturbi neuropsichiatrici, è un’omissione colpevole.

Insomma, era possibile prevedere gli effetti teratogeni senza sperimentare su animali gravidi? No, assolutamente impossibile, inutile fare le bucce al modello animale su questo punto.
Sperimentare prima su animali gravidi avrebbe evitato il disastro? Forse sì. O forse no, nessuno può dirlo, visto che i fattori in gioco non erano certo solo scientifici, ma anche politici ed economici.
Quel che si può dire per certo è che qualche esperimento in più, anche sugli animali, non avrebbe fatto male di sicuro. Ma era un altro, tempo, e le cose sono andate come sono andate. Al giorno d’oggi, il Talidomide non avrebbe sicuramente passato tutti i rigidi controlli necessari alla commercializzazione, che includono la sperimentazione su numerose specie animali e anche su individui gravidi, nonché trial clinici rigorosi atti ad individuare le eventuali distorsioni introdotte nel modello animale, che indubbiamente esistono e in questo caso particolarmente controverso possono ingenerare una certa confusione.
E chi difende il falso campa di confusione, fondamentalmente…

[OI]

Bauer KS, Dixon SC, Figg WD (1998) Inhibition of angiogenesis by thalidomide requires metabolic activation, which is species-dependent. Biochemical pharmacology 55:1827-1834.

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Delahunt CS, Lassen LJ (1964) Thalidomide Syndrome in Monkeys. Science 146:1300-1305.

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Hamilton WJ, Poswillo DE (1972) Limb reduction anomalies induced in the marmoset by thalidomide. Journal of anatomy 111:505-506.

Hendrickx AG (1973) The sensitive period and malformation syndrome produced by thalidomide in crab-eating monkey (Macaca fascicularis). Journal of medical primatology 2:267-276.

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